Segnalazioni critiche
“L’imagerie di Breccia resta sempre enigmatica e sconcertante. I suoi discorsi si intrecciano e si sovrappongono e in un certo senso si integrano dando all’impagine echi e risonanze e spessori: proprio come chi, parlando, usi il più possibile vocaboli polisensi, estendendo l’area dei significati con un minimo di significanti”.
CESARE VIVALDI – 1981 – Roma
“Un disegno superbo, linguaggio perfetto per soluzione disegnativi e chiaroscurale, fornendo esso, nell’icasticità e nell’asciuttezza della forma, un “quid” scultoreo tutto in evidenza e prezioso”.
CLOTILDE PATERNOSTRO – 1981 – Roma
“Un lavoro, questo di Breccia, stracolmo di contenuti, di affermazioni, e di negazioni anche: un lavoro, sarebbe meglio dire una ricerca, in cui il pensiero e il detto sono sempre in primo piano e vengono espressi con grande puntiglio”.
LUIGI LAMBERTINI – 1982 – Roma
“La sua esperienza pittorica non è d’impronta edonistica, tattile o gestuale, ma saldamente ancorata alla ricerca della verità in termini che oserei definire insieme sacrali e favolosi”.
RENATO CIVELLO – 1984 – Roma
“Nell’indicare all’uomo attraverso la metafora la via per ricostruire una sua profonda unitarietà, Breccia conduce una sua personale battaglia, artistica e culturale, uscendo dalla prigione dorata del disimpegno e della riflessione fine a se stessa”.
CARLO BARRESE – 1984 – Roma
“ Lo scibile umano si esprime qui con un’arte raffinatissima, realizzata in prospettive architettoniche e in un intreccio armonico di geometrie. La simbologia è fusa con l’opera e ne scaturisce come un bene necessario che bisogna non perdere”.
GIOVANNI FALLANI – 1984 – Roma
“La pittura di Breccia si muove lungo lo spartiacque fra realtà e sogno. Essa si serve di intrecci architettonici e geometrici e va considerata come un prototipo di come si possono sintetizzare le contrattazioni di realismo e astrazione, di religione e antropologia”.
GUNTHER PETZOLD – 1984 - Stuttgart
“Armonia, proporzione ed estetica sono per lui un mezzo – anche qui egli è discepolo della filosofia greca – per realizzare questa esigenza di “essenzialità”. Il “Non razionale”, che non può essere confuso con l’”Irrazionale”, ma che si contrappone, piuttosto, al raziocinare del mondo, assume una funzione mediatrice”.
THORSTEN RODIEK – 1984 – Stuttgart
“Il suo stile, se non altro, rende chiaro quanto la cosiddetta “grande arte contemporanea” sia lontana dalla coscienza di quei tanti ai quali pretende di indirizzarsi. L’opera di Breccia si rivolge a noi con immagini leggibili: per quanto criptica nella sua organizzazione, la sua ragion d’essere più immediata, ossia il contesto della sua comunicazione, è qualcosa che si avverte in modo chiaro e poderoso”.
PETER FRANK – 1985 – New York
“A dispetto delle stesse eventuali programmazioni contenutistiche – sempre riferibili, beninteso, al vigore della coscienza morale – qui prevale l’istinto cosmico – esistenziale, sostenuto, senza sforzo, da un’incredibile capacità tecnica. Questo “artificio” non nasce dalle geometrie teoriche, ma dalle profondità dello spirito.”
RENATO CIVELLO – 1988 – Roma
“I suoi simboli, le sue voglie di dire tutto e fino alle porte del mistero, l’orfismo che vorrebbe rendere musicali linee e vuoti, questi fitti insiemi di realtà fantasticate, questa avvincente cavalcata nell’evocazione del Verbo, tutto questo è persino niente: niente dinanzi alla chiave di lettura che resta dentro il visitatore, portandolo nella memoria ad una scoperta abbagliante.”
GIUSEPPE SELVAGGI – 1988 – Roma
“Il lavoro di Breccia si propone come una sfida al visitatore. Le sue immagini sembrano di facile lettura, ma rimangono pur sempre criptiche. Esse sono molto più che semplicemente “un altro modo di dipingere”. Esse sono rappresentazioni fascinose di un “altro mondo”, o meglio di un altro mondo all’interno del mondo.
KATHRYN ANTHONY – 1992 – Santa Fe
“Spirito, luce, forma classica, bellezza, vita, morte, inferno eparadiso: sono questi gli argomenti della sua pittura, emozioni e concetti condivisi da tutta l’umanità. Nelle mani di altri artisti, una materia del genere potrebbe diventare artificiosa, stentorea, mortalmente monotona. Ma nelle mani di Breccia essa diviene affascinante, stimolante e piena di mistero, come quelle “forze supreme” che l’artista non manca di catturare
nei suoi dipinti”.
DANIEL GIBSON - 1992 - Santa Fe
“La pittura di Breccia come carattere suo distintivo, per la maniera, diciamo, in cui essa è pittura, ha appunto questo: di guidarci al profondo e insieme di sollevarci ad altitudini vertiginose. Con qualcosa in più, però: perché l’altitudine ci fa guardare in profondità, la profondità ci fa
mirare più su di ogni vetta possibile”.
ROSARIO ASSUNTO – 1992 - Roma
“Attenzione ad una lettura troppo facile di questa pittura che non ha bisogno di essere “compresa” dal momento che essa stessa muove verso lo spettatore. Il mistero, unico elemento di raccordo tra l’individuo e “l’altro da sé”, ‘ vi persiste radicato nelle visioni spaziali di un Cosmo infinito. Nello spazio di Breccia, in più, si libra l’uomo, scavalcando d’un balzo l’incognita suprema, quella che per essere risolta, di solito ha bisogno della
nostra scomparsa definitiva dalla terra”.
MARCELLA COSSU - 1997- Roma
“Per Breccia, e per quanti ne hanno attentamente seguito - almeno in Italia - l’itinerario artistico-culturale attraverso le esposizioni egli scritti, il linguaggio dell’arte è linguaggio di Rivelazione: tanto nel senso più genericamente antroposofico che in quello più segnatamente e cristianamente religioso. L’immaginazione creativa è per lui - alla maniera di Fichte - lo strumento principe per l’inverarsi di tale linguaggio”.
FRANCESCO MARIA DELLA CIANA - 2000 - Orvieto
“L’artista, così, si propone come psicologo, teologo, cooperatore nel programma della redenzione estetica e morale dell’uomo che si è arreso al contingente e rifiuta l’alto destino del quale è investito, dimenticando che tale è il suo precipuo dovere verso l’umanità. Breccia ha capito che bellezza, forma, correttezza del disegno, equilibrio armonico della composizione innalzano il pensiero, toccano il cuore e sublimano la mente anche di coloro il cui corpo ha subito gli insulti della miseria umana”.
GIANNI FRANCESCHETTI – 2002 - Roma
“Pur nell’inesauribile varietà delle sue invenzioni pittoriche, delle sue sconcertanti soluzioni prospettiche, dei suoi imprevedibili moduli compostivi e delle sue inquietanti proposte tematiche, in ogni opera di Breccia è comunque immediatamente riconoscibile quella “firma interiore” che unifica il molteplice e che è appannaggio esclusivo dei veri Capiscuola”
MARISA DEL RE - 2003 - Palermo
“Breccia ci obbliga ad affondare fino al “ground zero” della nostra cultura. Ci obbliga come pochi artisti moderni riescono a fare, ma il suo comando non è profetico, neppure negli squarci più visionari. E’ il contrario del profetismo; nasce da un sublime bricolage nel quale ogni tratto, ogni forma, ogni gesto, anche quelli di sapore più antico e familiare, tentano audacemente una novità. E ce ne impongono l’interpretazione”.
PIALUISA BIANCO – 2004 - Bruxelles
“La pittura ermeneutica, dunque, come evento della speranza, della verità, come autentica svolta non già verso l’essere (alla maniera del secondo Heidegger), ma verso l’essere dell’ uomo e dell’ arte. Uomo e arte, uomo e pittura: sono queste le endiadi da cui partire per tornare a vivere. La pittura ermeneutica e Pier Augusto Breccia sono gli interpreti più autentici di tale conversione. ELIO MATASSI - 2004 - Roma |