Mostra Galerie Ferrero 2008 Nice
Herméneutique
PIER AUGUSTO BRECCIA
NICE
Galerie Ferrero
30 ottobre - 30 novembre 2008
Presentazione di Marisa del Re
Mi è capitato più volte, nel corso degli ultimi anni, di presentare la pittura ermeneutica di Pier Augusto Breccia in importanti spazi culturali e museali sia in Italia che all’estero. Ricordo in particolare le grandi rassegne antologiche presso il Museo del Vittoriano (Roma 2002), Palazzo Ziino (Palermo 2003), Istituto Italiano di Cultura (Bruxelles 2004), Archivio di Stato di Firenze (2005), Palazzo Venezia (Roma 2007), alla cui realizzazione ho partecipato con l’entusiasmo di chi, avendo percorso un lungo tratto del Novecento in stretto rapporto di amicizia e di lavoro con molti fra i massimi esponenti dell’arte moderno-contemporanea, ha potuto cogliere istintivamente, a colpo d’occhio, nella pittura di Breccia, una struttura linguistica così sorprendentemente nuova ed originale da vanificare qualsiasi tentativo di incasellamento e da lasciarsi intendere, sia intellettivamente che emozionalmente, come un momento di rottura con le esperienze artistiche del recente passato e con quelle attuali. I temi con cui l’artista si confronta, infatti, sono quelli che tradizionalmente concernono il senso dell’esistenza personale nel suo rapporto con l’ essere universale: argomento, questo, caratteristico di una filosofia metafisica sempre in cerca di soluzioni ultime razionalmente fondate e quindi assai poco disponibile ad accogliere le “verità” dell’arte e a riconoscerle come momenti di una “rivelazione dell’essere” personalmente universale.
Ecco: la pittura di Breccia rappresenta un punto di svolta nella storia dell’arte non solo contemporanea proprio perché, pur recuperando i temi della metafisica più classica, li propone tuttavia in un linguaggio tutt’altro che dogmatico e razionale.
Le sue opere sembrano emergere da quell’insondabile “abisso” heideggeriano, o da quella “apertura” attraverso la quale l’essere rivela insieme la propria presenza e il proprio nascondimento.
Nel momento in cui quelle linee, quei colori e quegli spazi tanto apparentemente chiari quanto razionalmente improbabili ci invitano a costruire una qualche verità che ci rassicuri e che ci riconfermi sul terreno dell’esistente, in quello stesso momento ci sentiamo pure strappati alle nostre provvisorie certezze ed emozionalmente risucchiati dall’abissale inghiottitoio del nulla. E’ in questo gioco perenne di costruzione e decostruzione, di chiarezza ed enigma, di verità ed illusione, di solidità ed incertezza, che la pittura di Breccia può
a buon diritto definirsi “ermeneutica”: proprio perché essa non vuole proporci un qualche “modo
di essere” più o meno nuovo ed originale, ma il “modo” stesso dell’essere nella coscienza dell’uomo contemporaneo.
La filosofia del Novecento ha già compiuto da tempo quel passo ermeneutico che le ha permesso di non perdere di vista il senso più misterioso e più vero della parola “verità”. Dopo le demolizioni proclamate ed operate da Nietsche sulla metafisica tradizionale – peraltro immediatamente raccolte e magistralmente tradotte nell’opera di De Chirico – il Novecento, non solo nel campo della riflessione filosofica, ma pure e soprattutto in quello della ricerca e della produzione tecnico-scientifica, ha superato le tentazioni iniziali del nichilismo e del relativismo soggettivistico proponendosi una ridefinizionedell’essere nella consapevolezza che tale ridefinizione , per quanto “mai-ultima”, è pur sempre necessaria ed indispensabile per dare un senso alla provvisoria e traballante esistenza dell’Io e del suo mondo.
L’arte contemporanea, invece, ha preferito persistere – e ciò è facilmente comprensibile - nello stato di un’ ebrezza post-nietzscheana che le ha permesso una libertà d’espressione senza precedenti, finalmente garantita dalla scomparsa di qualsiasi fondamento – intellettivo, etico ed estetico – e di qualsiasi principio di coscienza universalmente condivisibili.
Ma tale condizione, se pure ha prodotto risultati straordinari per la loro originalità e vivacità espressiva, è durata così a lungo da vanificare la libertà stessa dell’atto creativo nella riproposizione di forme e di moduli espressivi forse ancor più dogmatici dei dogmi da cui l’arte aveva giustamente preteso di liberarsi.
Perciò il “salto ermeneutico” che l’opera di Breccia ha compiuto tra il 1979 ed oggi
può essere visto come una possibile svolta epocale: come il momento finale di un’esperienza artistica postmetafisica che solo concludendosi potrà esaltare nella maniera più piena il proprio
impianto nichilistico e restituirgli il valore di una testimonianza impareggiabile
sotto il profilo storico e culturale. Al tempo stesso la pittura ermeneutica di Breccia può
segnare l’inizio di un’epoca post-nichilista in cui finalmente anche l’arte, come già la scienza e la filosofia, si fa partecipe della ricostruzione dell’uomo e del mondo comunicando alla coscienza
dell’Io, nel linguaggio che le è proprio, il rivelarsi gratuito – e perciò veramente libero - dell’essere nella “cifra significabile” della quotidianità: una quotidianità sempre meno disposta a lasciarsi cristallizzare dai dogmatismi semantici e sempre più desiderosa di aprirsi all’inesauribile gioco dell’autointerpretazione. Perché, infine, nell’interpretare la “cifra” pittorica di Breccia,
di fatto interpretiamo noi stessi e ci confrontiamo, in un gioco tanto più appagante quanto più condotto in profondità, con quegli interrogativi fondamentali che i linguaggi convenzionali raramente riescono a suscitare. Marisa del Re
Ces dernières années, j’ai eu l’honneur à de multiples reprises de présenter la ‘Peinture Ermeneutique’ de Pier Augusto Brecchia, dans d’importants espaces culturels et muséales d’anthologies en Italie et à l’étranger : Le Museo del Vittoriano (Rome 2004), le Palazzo Ziino(Palerme 2003), l’Institut Italien de la Culture(Bruxelles 2004), l’Archivio di Stato di Firenze (Florence 2005), le Palazzo Venezia (Rome 2007).
A travers toutes ces expositions, j’ai participé à l’enthousiasme d’une personne qui au cours des années quatre-vingt-dix a su mêler rapport d’amitié et de travail, avec une multitudes d’acteurs majeurs de l’art moderne et contemporain. Mon expérience m’a permis de voir dans la peinture de Brecchia une structure linguistique nouvelle, surprenante et originale. Les tentatives de catégoriser son travail de manière traditionnelle apparaîssent difficiles. L’œuvre de Brecchia doit se comprendre de manière aussi bien intellectuelle qu’émotionnelle, tel une rupture avec les expériences artistiques d’un passé récent à celui d’aujourd’hui.
L’artiste se confronte à des thèmes traditionnels qui concerne le sens de l’existence de la personne dans sa relation avec ‘l’Etre Universel’ : argument caractéristique d’une philosophie métaphysique toujours à la recherche de solutions ultimes fondées sur une rationalité peu
disponible à accepter ‘les vérités’ d’une révélation personnelle de l’Etre Universel.
La peinture de Breccia marque un changement important dans ‘l’Histoire de l’Art’, qui va au delà de la période contemporaine. Il récupère le thème de la métaphysique classique pour proposer un langage tout à fait dogmatique et rationnel. Les œuvres de Breccia semblent émerger de cet insondable ‘Abysse’ heideggerien, d’une ’ouverture’ dans laquelle l’être révèle sa propre présence en même temps que sa propre absence. Lorsque les lignes, couleurs et espaces apparaissent aussi claires qu’improbables, elles nous invitent à construire une vérité qui nous rassure et nous reconfigure sur le terrain de l’existence. Nous sommes en même temps enlevés à notre certitude provisoire et émotionnelle et replongés dans les Abysses du néant. Ce jeu perpétuel de construction-deconstruction, clarté-énigme, vérité-illusion, solidité-incertitude, dans la peinture de Breccia peut être définie comme « Hermeneutique » : il ne nous propose pas une ‘manière d’être’ novatrice et originale mais un mode de l’être meme dans la conscience de l’homme contemporain.
La philosophie du XXme siècle a déjà opéré ce passage hermeneutique permettant ainsi de ne pas perdre le sens plus mystérieux et plus vrai du mot ‘Vérité’. Après la démolition proclamé et opéré de Nietsche sur la métaphysique traditionnelle, magistralement accueilli et traduit dans l’oeuvre de Giorgio De Chirico, pas seulement le domaine de la réflexion phylosofique mais surtout la recherche et la production scientifique ont surpassé les tentations initiales du Nihilisme et de la subjectivité relative, en proposant une redéfinition de l’être avec la certitude qu’une telle redéfinition, malgré ‘pas-ultime’, soit toujours indispensable pour donner une signification provisoire et tremblante à l’existence du ‘Moi’ et de son monde.
L’art contemporain, au contraire, a préféré persister – ce qui est facilement compréhensible- dans un état d’ebriété’ post-nietzschéen donnant une liberté d’expression sans précèdent, garantie par la disparition de quelconque fondation intellectuelle, éthique et esthétique et de quelconque principe de connaissances universellement partagés. De telles conditions, ont sus donner des résultats extraordinaires par leur originalité et vivacité expressives, magrè etre restés aussi longtemps privés de la liberté et de la créativité, dans la reproduction des formes et des modèles expressifs encore plus dogmatiques, des dogmes dans lequels l’art avait justement essayé de se libérer.
Par conséquence, le ‘saut hermeneutique’ de l’œuvre de Breccia –de 1979 à aujourd’hui- marque le tournant d’une époque : le moment finale d’une expérience artistique post-métaphysique qui seul à sa conclusion peut exalter de la manière la plus pleine sa propre racine nihiliste et lui renvoie la valeur d’un témoignage incomparable sous un profil historique et culturel.
De même, la peinture hermeneutique de Breccia peut être annonciatrice du début d’une époque post-nihiliste dans laquelle l’art, comme deja la science et la philosophie, participe à la reconstruction de l’homme et du monde communiquant à la conscience du ‘Moi’, dans le langage qui lui est propre, la révélation gratuite et vraiment libre de l’être dans la‘Chiffre significable’ de la quotidienneté, toujours moins disposé à se faire cristalliser par le dogmatisme sémantique et toujours plus désireux de s’ouvrir au jeu inexorable de l’auto-interprétation.
Marisa del Re
|