Presentazione dell'autore
La pittura ermeneutica di
PIER AUGUSTO BRECCIA 1979 - 2007
Il titolo che ho scelto per questa mostra retrospettiva delle mie opere è ispirato alla pubblicazione "Arte come gioco, simbolo e forma" di Hans Georg Gadamer che, in ambito filosofico, viene considerato il "padre" del pensiero ermeneutico del Novecento. Una paternità soprattutto terminologica, dato che, nella sostanza, il termine "ermeneutica" formalizza il percorso di un gran numero di filosofi moderno-contemporanei, a partire dal pensiero esistenzial-metafisico di Martin Heidegger. Altrettanto può dirsi delle proposte ermeneutiche del mio lavoro pittorico quasi trentennale (1979-2007) che, pur evocando nel titolo la terminologia gadameriana, propone tuttavia contenuti assimilabili ai fondamenti mistico-religiosi del pensiero di Heidegger piuttosto che a quelli, più secolaristici, di Gadamer.
Fin dal suo primo apparire, infatti, la mia pittura si è confrontata con i temi fondamentali dell'esistenza (la vita, la morte, la natura, l'amore, la trascendenza, la fede, la libertà, il potere, il linguaggio, la conoscenza, ecc.) interrogando prima di tutto l'autore sul senso di quella realtà che, nella coscienza più profonda dell'Homo Sapiens, è perennemente sospesa fra la pienezza dell'essere e l'angosciante vertigine del nulla. Dare una forma pittorica a queste tematiche o, meglio, a questi interrogativi fondamentali (ontologici) equivale ad accogliere la sfida dell'Irrappresentabile: proprio perché questi temi non possono venire rappresentati in altra forma se non in quella dell'interrogativo e, d'altra parte, esigono una risposta personalissima da parte di chi prima o poi deve con essi confrontarsi.
Una risposta, cioè, personalmente universale.
“Illuminare le profondità del cuore umano è il compito dell’artista” – scrive Kandinsky in “Lo Spirituale nell’Arte”, proponendo l’arte astratta come l’ultima possibile risposta alla sfida dell’Irrappresentabile: un’arte che Gadamer, esaltando il momento affettivo e trascurando quello logocentrico della coscienza umana, considerava veramente rivoluzionaria proprio perché non figurativa, non oggettiva e non geometrica.
Chi ha seguito nel tempo il mio percorso, sia creativo che riflessivo, sa bene quanto la mia posizione artistico-filosofica si trovi d’accordo con l’affermazione di Kandinsky circa il compito illuminante dell’arte nel contesto della cultura contemporanea; e altrettanto bene conosce la mia scarsa disponibilità, sia come autore che come fruitore, al compiacimento per quelle forme dell’arte tradizionale tutte incentrate sulla rappresentazione dell’oggetto (ove pure si tratti della rappresentazione di un mito, o della traduzione visuale di una narrazione poetica o religiosa). D’altra parte è pure evidente che il mio linguaggio pittorico è figurativo, oggettivo e geometrico; dunque un linguaggio che, proprio in quanto tale, non rinuncia alla forma tipica del logos, ma che, nella sua apparente oggettività, resta aperto, come nei propositi dell’arte astratta, alla significazione sempre-ultima e mai-ultima da parte del fruitore. Un’oggettività apparente – lo sottolineo - che non è affatto conforme alla realtà delle cose e che neppure esprime una qualsiasi intenzionalità da parte dell’autore, ma che rappresenta, piuttosto, il rivelarsi di un “mondo altro” de-cosificato a tal punto da potersi leggere più come un insieme di “cifre” che come un insieme di “cose”: forme concrete dell’Inesistente , come io le indicai nel titolo di una mia mostra del 1984. O ancora, facendo ricorso ad altre espressioni da me usate in passato, “Architetture del Logos”, “La faccia nascosta della luce”, “Ideomorfismo”, “Paesaggi mentali”,“Anatomie della coscienza”,“Il posto dell’Utopia.
Oggi preferisco utilizzare, per parlare del mio lavoro, l’espressione “pittura ermeneutica” che
contiene già in sé la proposta di significabilità (e non di significati ) che le mie forme visuali sottintendono: forme, cioè, che potrebbero essere lette ancora come un nulla, o interpretate alla stregua di un sogno o di un elaborato fantastico più o meno delirante, ma che potrebbero pure diventare cose e fatti realmente esperibili o concetti razionalmente verificabili dal fruitore.
Se dunque da una parte la mia proposta pittorica sembra de-cosificare il mondo reale denunciandone l’inconsistenza apparente, agli occhi di chi sa “vedere ed intendere” essa può invece cosificare quell’Oltre che è alla radice della nostra coscienza intellettiva, morale ed estetica.
Sospeso fra il rassegnato cedimento ad un nichilismo post-metafisico di stampo nietzscheano
e il recupero pur sempre possibile di una radice metafisica post-nichilista della persona umana, il linguaggio ermeneutico si pone di fatto nel senso di una vera e propria apertura heideggeriana fra l’enigmatica chiarezza dell’essere e l’abissale vertigine del nulla. In tal senso la cifra ermeneutica, se viene letta nella sua più assoluta astrazione, ossia nella dimensione esclusivamente estetica, evoca lo sconcertante silenzio del “non rappresentabile”. Ma se la si legge anche intellettivamente, quella stessa cifra può essere vista ed intesa come simbolo della personale esperienza di noi stessi e del mondo.
Perchè, infine, la forma caratteristica di un linguaggio visuale ermeneutico è proprio quella che lascia intravedere la cifra infinitamente significabile dell’essere sempre aperta al grande gioco dell’interpretazione.
Gioco, simbolo e forma, appunto. Come nel titolo di questa mostra.
Pier Augusto Breccia |