La pittura ermeneutica di Pier Augusto Breccia - Gioco Simbolo e Forma
› Mostra Galerie Ferrero
  2008 Nice
› Mostra Palazzo Venezia
  2007 Roma
  › Evento Roma
  › Introduzione critica di   Claudio Strinati
  ›Presentazione dell'autore
› Biografia
› Mostre personali
› Pubblicazioni
› Segnalazioni critiche
› Antologia di opere
  dal 1979 ad oggi
› Opere fuori mostra da   collezioni private
› Links utili
› Home
Introduzione critica di Claudio Strinati

Breccia è un raro caso di artista che ha concepito un equilibrio sorprendente tra ispirazione spontanea e attitudine alla riflessione estremamente consapevole e approfondita. E’ come un Giano bifronte. Una faccia è quella del pittore fervido di invenzione, personalissimo, affascinante, contraddistinto da una ferrea coerenza e da una inesausta freschezza creativa. L’altra è quella del filosofo che scruta il significato profondo dell’opera d’arte e amplia il suo orizzonte speculativo dal dominio dell’Estetica , che pure innova con acume e originalità, a quello della costruzione di un vero e proprio “sistema” di pensiero con cui è stimolante confrontarsi.
Tra i suoi dipinti e i suoi libri c’è una dialettica continua, a volte segreta a volte più esplicita , che l’artista stesso ha ritenuto di poter condensare in una sorta di formula teorica da lui definita come pittura “ermeneutica”.

E’ dunque la tensione verso forme sempre più complesse di conoscenza che sottende il momento aurorale dell’ispirazione di Breccia. Da un lato egli è un “ virtuoso” che costruisce lo spazio pittorico con metafisica sagacia e concreta cognizione di quegli “artifici” prospettici e strutturali che vengono da molto lontano e che pure ci appaiono modernissimi ed entusiasmanti. Ma poi, d’altro lato, chi osserva questi quadri è letteralmente proiettato in una dimensione fantastica e, nel contempo, attendibilissima, verificando, così, il doppio registro della pittura, che è evidenza e impossibilità insieme, secondo un principio dell’arte figurativa perennemente risorgente di tempo in tempo. Ma Breccia non può essere inquadrato in nessun modo all’interno di movimenti o tendenze. Gli si possono certo riconoscere suggestioni provenienti da tanti momenti della pittura e della grafica del Novecento, ma la sua forma e il suo stile sono soltanto suoi quasi che egli avesse ripetuto in sé l’idea dell’antichissimo mito della nascita di Minerva che uscì armata e perfetta dalla testa di Zeus, pronta all’azione e non ulteriormente perfettibile. In effetti, studiando la straordinaria biografia del maestro, medico insigne che in brevissimo tempo diventa un pittore attrezzato e consapevole, ma quasi senza rendersene conto almeno sulle prime, si resta sbalorditi solo al pensare a quella che è stata la sua parabola, artistica e esistenziale. E’ come se Breccia fosse giunto subito alla meta e poi avesse dovuto, in lunghi anni di riflessioni e elaborazioni, dipanare lentamente tutta l immensa matassa delle conseguenze che erano già contenute in potenza nel suo originario atto creativo.
E’ una storia che ha pochi confronti nell’ arte del nostro tempo e rende il lavoro di questo maestro così peculiare e interessante.
Lo si potrebbe definire un infaticabile “ricercatore” ma anche a lui si attaglia bene l’immortale principio del “trovare” più che del “cercare”. Pienamente giustificato è dunque il richiamo alla dottrina di Gadamer, già nel titolo stesso della mostra, che ci porta nel cuore della dottrina su cui Breccia ha svolto le sue meditazioni più ardue, la dottrina dell’Essere, punto centrale della filosofia del nostro tempo e certamente dell’arte di Breccia stesso. Certo al centro della pittura di Breccia c’è anche la dimensione dell’ “enigmatico”, ma è molto interessante notare come questa mostra consenta , sia al semplice appassionato sia al dotto conoscitore delle cose dell’ arte, di vagliare e comprendere uno dei punti fondamentali di una problematica del genere e cioè quello del rapporto tra le esplorazioni visive del nostro insigne autore e la tradizione , gloriosa e importantissima , della Metafisica e del Surrealismo. Su questo argomento si è già scritto molto in questi anni e ben lo testimonia la formidabile rassegna critica raccolta in occasione della pubblicazione del presente volume. E’ chiaro , Breccia non è un seguace o peggio un imitatore della Metafisica . Ciò risulta evidente anche ad una analisi superficiale e immediata della sua forma pittorica. Ma nel contempo è altrettanto evidente e palmare il dialogo sotterraneo che egli ha istituito, e da subito, con quelle forme d’ arte. Due fini studiosi , Luigi Boneschi e Alberto Di Giglio, in un testo apparso pochi anni fa e riportato opportunamente in questo volume, si soffermano intelligentemente sul Breccia “amante dei paradossi”, ma , scrivono , tale amore del paradosso “ pretende… di avvicinare la coscienza dell’ Io alle proprie radici”. Non si sarebbe potuto dire meglio e questa formula critica sembra quasi un grimaldello prezioso con cui aprire le porte alla retta comprensione del mondo di Breccia , un mondo difficile ma trasparente, arduo come una scalata ma evidente come un nitido cristallo di cui è possibile scorgere tutti i lati.

Il discorso di Breccia è, in qualche modo, un discorso che coinvolge l’Etica e la Politica, nel senso più alto di tali termini. E lo è in quanto questa pittura è insieme un giudizio della Ragione e un inno inesauribile e fermissimo alle facoltà immaginative dell’Uomo calate in strutture che consolidano la coscienza e la conoscenza di Sé.
Questa mostra vuole rappresentare la personalità di Breccia con la giusta ampiezza e la giusta ponderazione critica. E’ difficile sottrarsi al fascino e alla intrinseca bellezza di queste opere e tuttavia è questo un caso emblematico in cui la Bellezza si nutre dell’ Intelligenza intesa nel senso, letterale, di poter scendere a comprendere la radice di tutte le cose.
Breccia sembra riproporre, forse inconsciamente, la reinterpretazione novecentesca del mito ancestrale di Ulisse. Anche Breccia si aggira, infatti, in un mondo che è tutto connotato di Passato e di Futuro , immediatamente giustapposti, là dove il Presente è avvertito come sospensione e come assenza. Non è chiaro se tutto sia già accaduto o tutto debba ancora accadere in questa serie di opere che sembrano scaturire l’una dall’altra, tutte con la stessa necessità di esistere , con la stessa tensione emotiva e intellettuale. Si potrebbe azzardare per Breccia l’immagine di una sorta di “poema” epico dei nostri tempi in cui non c’è la figura dell’ eroe ma l’eroe è la coscienza stessa moltiplicata in un reticolo di immagini che si compongono e si scompongono in un andirivieni costante, una sorta di moto perpetuo della mente creatrice che non può mai sostare ma che continua a inerpicarsi su percorsi visivi e speculativi sempre più impervi ma sempre più gratificanti per l’Intelligenza che vuole spingersi ancora avanti.
Conquista e ricerca, arrivo e partenza, sono termini tutti insieme calati nella dimensione ermeneutica che Breccia estrae dall’immenso apparato figurativo e iconografico da lui concepito con tanta assoluta coerenza.

La mostra intende, così, mettere in piena luce una esperienza incomparabile nell’arte contemporanea, di cui possiamo adesso valutare bene l’alto grado di maturità raggiunto attraverso una imponente produzione che è in pieno e fulgido sviluppo.

Claudio Strinati
Soprintendente per il Polo Museale Romano

    copyright © Pier Augusto Breccia 2007